2062: raccontare il Lodigiano futuro diventa contagioso

Raccontare è contagioso. Tutto è iniziato con il racconto di Cristoforo Una nuova pianura (puoi leggerlo qui), che parla di un Lodigiano futuro e distopico, dove i pannelli solari hanno sostituito le colture agricole, vera impronta della nostra storia sul territorio.

Durante la lettura del racconto Pierlugi Cappelletti, amico di lunga data (nota bio in fondo alla pagina), si è sentito coinvolto e ha deciso di proseguire la narrazione. È nato così una sorta di… “contest fanta-letterario” a tema ambientale locale e Pierluigi ha deciso di inviarci il racconto che qui con piacere pubblichiamo.

Si intitola “2062” e tratteggia una versione di Lodigiano futuro visto dalla sella di una mountain bike (MTB): un racconto in movimento, come la buona letteratura di viaggio, da leggere per piacere, ma anch’esso utile per riflettere sul futuro del nostro territorio.

Buona lettura.

LL

 

Il fiume Po in secca nella Bassa Lodigiana, estate 2026 - immagine di Pierluigi Cappelletti
La secca del Po nella Bassa Lodigiana, estate 2026 - foto di Pierluigi Cappelletti

2062

È una calda e afosa mattina di inizio giugno 2062 e le luci colorate intorno al tetto della Primaria si accendono: ventisei bambini varcano la porticina blindata ed entrano. Un bidello dagli occhi a mandorla li segue passo a passo fin sulla soglia della classe dove una maestra armata di digital pad li fotografa, invia i dati e annuisce: ci sono tutti. Faranno la colazione e quindi lo school taxi li porterà in stazione dove li aspetta il “Trenino del sapere”, cinque carrozze refrigerate da pannelli solari che li porterà, insieme ad altri 130 scolaretti di Livraga, Brembio, Secugnago, Turano, Senna, Ospedaletto e Somaglia, nella “Casa della Scuola Madre” di Casale. Lezioni no-stop dalle 8.00 alle 12.00, un’ora di hamburger e poi sei ore di lavori e giochi on line. Torneranno a casa per cena. Non portano zaini, ma un marsupio per lo smartphone modulare che segnala tutti i loro passi.

Dopo 36 anni di lontananza, torno a “Vori” e finalmente inforco ancora la mia MTB muscolare:  un reperto da collezione. Che bellezza pedalare di nuovo nei luoghi dove son cresciuto! Passo davanti alla scuola dove ho insegnato per 35 anni fra due file di lampioni fotovoltaici: sostituiscono i 44 tigli dedicati ai Caduti che ombreggiavano il viale. La scuola è senza finestre, il tetto coperto da due grandi specchi fotovoltaici: pare sia una cassaforte dove stoccare cibo sottovuoto e alimenti liofilizzati. Scendo verso Ospedaletto e passo la Venere, interrata e ricoperta da una ciclabile: sul rivone della “Sinsala” svetta un bosco di antenne e troneggia un Data Center. La vecchia ciclabile del “Funtanòn” corre fra due file di pali illuminati, terreni a mais tutto intorno due metri ettari di agri voltaico ultima generazione: la facciata della chiesa lassù mi fa capire di essere a Ospedaletto.  Passato il “Funtanòn” cintato da sbarre protettive, sotto un sole che già picchia (dove sono gli alberi?) risalgo a Senna: Santa Maria in Galilea è ancora là sul costone, tenuta in piedi da ponteggi in vetro resina zeppi di piccioni. Attraverso il paese e ho un fremito: neppure un segno di vita! Case sbarrate, niente negozi: un dormitorio. Dopo Ca dei Titini una sbarra chiude l’accesso all’argine. Allora seguo il sentiero lungo l’Ancona e arrivo a Corte S. Andrea.

L’argine è percorribile, ma non per tutti: è riservato ai ciclisti in e-bike targati “E-VenTo”, mentre gli enormi mezzi agricoli elettrici autoguidati da algoritmi viaggiano ai piedi dello spalto e su sentieri dedicati.

Sfilo fra campi di un verde smeraldo mai visto: risaie a secco  e mais, mais, mais a perdita d’occhio irrorato da droni che rasentano i campi sotto l’agrivoltaico e quotidianamente provocano pioggia artificiale da canali sotterranei  invisibili ad occhio nudo. Sono spariti i prati: le ultime due stalle sono chiuse da vent’anni sostituite da  cupole gigantesche di biogas.  Si chiama “Data-Bike Way” ed è l’antichissima Strata Mediolanensis: si allunga e curva come un serpente in una piatta pianura. Rive senza un filo d’erba, neppure una quercia, un olmo o un platano, manco una robinia. La Data-Bike Way è fiancheggiata da pali metallici con quadri fotovoltaici che garantiscono luce H24. Corte S. Andrea, la Curtis Mediolanensis XXXIX sub mansio, il luogo più antico di tutta la Bassa, è un modernissimo B&B di trecento posti gestito da gente col turbante in testa. La chiesa è un rudere abbandonato e inscatolato, il campanile è sparito: svetta un’alta torre in vetro sulla cui cima brillano la mezzaluna, una grande croce e bandierine tibetane tintinnanti ad ogni alito di vento. L’arco dei Belgioioso sotto cui sferragliavano cavalli e carri è un mega pannello che irradia immagini di “Milan Mega City”. I ruderi rimasti sembrano container e recano scritto “Ancient Agricultural Architecture”, un incrocio di lingue ronza nell’aria. Salgo l’argine a piedi ma un tizio in divisa con cinturone a tracolla mi ferma, mi attacca un anello al braccio e mi chiede 20 dollari. Stacco l’anello, inforco la MTB e dalla spalla arginale salgo per riscendere la “tarsenga”. Ma tutte le discese sono sbarrate: serve un pass elettronico dell’Ente governativo, rilasciato  “in case of emergency”.

Ma il fiume lo vedo benissimo anche dal terrazzo arginale: è un largo catino bianco di sassi e sabbia solcati da un rigagnolo, un ponte tibetano alto venti metri lo attraversa: sembra di essere sulla luna. I pellegrini arrivano, pagano 50 dollari e attraversano il fiume che non c’è più. Il letto del Po è come sempre: tronchi carbonizzati, pneumatici accatastati, palloni, plastica ovunque, bottiglie vuote e due carcasse di auto. Sono le undici e l’orologio trilla: 37°! Rientro. Noto tre Data Center laddove erano tre cascinali antichissimi: la Villa, la Braglia, la Bertona. Viaggio sulla roggia Venere che mi scorre sotto, su pista di cemento fosforescente: è la nuova Bikeway di collegamento fra i paesi dormitorio di Orio, Senna e Ospedaletto. Eccomi sotto Villa Litta: l’ ”Umòn de Vori” brilla  e segnala una pubblicità.

Speravo di vedere qualche airone guardabuoi o un paio di candide garzette, non ho notato nemmeno una nutria o una gallinella d’acqua, nessun ramarro mi ha attraversato la strada, nemmeno una cornacchia: solo piccioni e piccioni a centinaia e grossi come galline. Si posano ovunque. Il cielo è di un blu cobalto irreale solcato da patchwork di righe bianche e gialle, il silenzio regna sovrano: i droni sono silenziosi come ombre.

Pierluigi Cappelletti

Pierluigi Cappelletti è insegnante elementare, giornalista e scrittore. Impegnato per anni come primo cittadino di Orio Litta, è persona conosciuta e apprezzata in tutto il Lodigiano. E’ appassionato cantore della Bassa Lodigiana e attento osservatore del territorio, che ama percorrere con la sua MTB fino al Grande Fiume.
Qui il suo contatto social: Pierluigi Cappelletti | Facebook

Vuoi approfondire questo argomento?                  Scopri le nostre attività per l’educazione ambientale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *