La trota e l’Agenda 21

Tutto è iniziato un venerdì mattina, di corsa, tra le commissioni da svolgere a Sant’Angelo. Una fila mozzafiato in posta, che nemmeno l”E L I M I N A C O D E” riesce a risolvere.  trotaPrendo il numero, diciannove persone davanti, decido ottimizzare i tempi uscendo  per continuare il giro di commissioni. Sul tragitto incontro il pescivendolo: oggi è venerdì, pesce! Lo compro qui: muovere la macchina fino al supermercato è impensabile, altra strada, altra ciodue, usura auto, code alle casse e altro tempo prezioso, decisamente per una trota non vale la pena.

Dal pescivendolo tutto il pesce costa sopra i venti euro al chilo e inizio a pentirmi di non essere andata al supermercato. Poi la vedo, là, in un angolino, la trota, bella fresca, e costa “solo” euro undici e cinquanta! Mi dia quella trota, no grazie, lasci testa e coda, la pulisco io. Spendo otto euro e non sono sicura di aver risparmiato: il pescivendolo basito nel vedere una “massaia” che si pulisce il pesce da se, chiude il pacchetto con un sospiro.

E inizio a lambiccarmi il cervello: chissà quanto costa la trota oggi al supermercato, chissà quanto costa il pesce di mare, certo se avessi preso sardine avrei risparmiato e avrei mangiato pesce più salubre: questa trota è d’allevamento, le sardine vivono libere in mare e costano la metà. Ma per portare le sardine hanno fatto più strada, quindi più ciodue in atmosfera… Metto in forno la trota e mentre cuoce leggo il rapporto di un progetto di valorizzazione del paesaggio attorno al lago di Varese, che presenta una serie di criticità: tra queste, l’acqua.

Sulle rive del lago di Varese sono presenti vecchie ghiacciaie: si tratta di un reperto dell’epoca in cui il lago era sano e pescoso e la gente viveva della coltivazione di frutteti, di vigneti e di pesca. Le ghiacciaie, leggo, hanno segnato il paesaggio e si pensa a come valorizzare questo importante reperto di cultura tradizionale locale. Oggi, insomma, le ghiacciaie sono abbandonate, una volta ospitavano il pesce in attesa della vendita: una volta laggiù sulla pesca si campava, al punto da esser necessarie le ghiacciaie!

Oggi che fine ha fato la pesca, il pesce? Che fine ha fatto la cultura del lago?

Tra le criticità ancora oggi presenti, quella dello scarico di acque reflue nel lago, che ha impoverito la biodiversità e quindi le specie e le quantità di pesce presenti. La gente per vivere si è rivolta ad altre attività, vista anche la vicinanza al capoluogo, poi arrivate le infrastrutture viarie rapide per Milano, cambiando definitivamente il modo di vita degli abitanti. E’ stato così che il paesaggio fisico e culturale legato alla pesca e alla coltura di frutteti sono decadute, che le ghiacciaie non sono più servite, che molti dei frutteti e vigneti sono stati convertiti in case e capannoni e che la ferita di strade oggi trafficatissime ha completato il look moderno del territorio varesino.

Anche nel Lodigiano è successo qualcosa di analogo, e così, se una volta mio nonno faceva il pescatore di Lambro per vivere, oggi la Costa dove abitava, è un quartiere anonimo dalla toponomastica sibillina, un po’ logoro, che solo di recente è stato oggetto di recuperi di discutibile valore architettonico. E soprattutto, se il venerdì voglio mangiare pesce, devo comprare trote allevate o pesce di mare che ha molto viaggiato e visto incrementare più volte la quantità d’euro al chilo, ad ogni passaggio di camion.

Non so se tutti si fanno le domande che mi faccio io quando comprano una trota, ma forse dovrebbero.

Quello che ho appena descritto è in sintesi, un esempio di come pochi fattori possano influire sul radicale cambiamento dell’economia di un luogo, del modo di vita delle persone, del paesaggio che ogni giorno percorriamo. Sono fattori subdoli a cui spesso non si pensa. Ma non è pensabile che nel terzo millennio ancora non sia dato per acquisito che sporcare l’acqua è un pratica che conduce al degrado. Nell’antichità da Hammurabi in poi, erano previste pene severissime per chi non governava correttamente l’acqua o per chi la sporcava. Oggi, nonostante le leggi (molto meno severe di quelle di Hammurabi, per il vero), la tecnologia e un sistema di controlli che dovrebbe funzionare, viviamo ancora in un paesaggio in cui il ciclo dell’acqua sembra non essere chiaro a tutti, dove la cultura dell’acqua sembra persa per sempre.

Eppure il nostro paesaggio è frutto dell’acqua e dell’uomo, e l’acqua è stata la base per secoli della nostra economia: fino a un secolo fa da tutt’Europa si veniva nel Lodigiano per osservare e imparare l’arte dell’irregimentazione delle acque. Il nostro reticolo irriguo fatto di fiumi, canali, fossi e fontanili ha permesso un’economia basata sulla produzione di foraggio per arrivare al latte e ai suoi prodotti, i nostri casari hanno dato alla luce formaggi di eccezionale qualità che ancora oggi vengono prodotti solo qui: si tratta di quello che oggi è definito dalla programmazione agricola regionale “Sistema agricolo territoriale dell’agricoltura professionale con redditi elevati”, praticamente il miglior terreno agricolo di Lombardia e probabilmente d’Italia.

Nonostante ciò, anche da noi è avvenuto qualcosa di analogo a ciò che è successo attorno a Varese. Ma se il tempo è un medium, in cui i fatti si diluiscono tanto da non rendere immediatamente percettibili i processi di drastica trasformazione, è vero anche che i tempi sono cambiati. La società è maturata, e può ipotizzare il modo in cui le azioni e le politiche che mettono in atto contribuiscono a trasformare il territorio e quindi la vita nostra e dei nostri posteri. Chi ci governa dovrebbe (ne ha tutti gli strumenti) essere in grado di calcolare gli effetti e anche i costi occulti delle azioni che si intraprendono, in termini di miglioria o danno all’ambiente e trasformazione del territorio e quindi della vita di tutti noi.

Non solo chi ci governa; anche noi stessi abbiamo gli strumenti per incidere sullo sviluppo del territorio: a partire dal voto, fino ad arrivare ai processi di governance partecipata. Ma per questi ultimi occorre coesione e soprattutto che chi decide per noi, sia sensibile alle tematiche dello sviluppo locale sostenibile, che sia soprattutto capace di sensibilizzare e di applicare gli strumenti a disposizione.

E se una volta nel Lodigiano eravamo per la maggiore contadini alle dipendenze del padrone che spesso nemmeno si vedeva perché stava a Milano o chissà dove altro, oggi siamo persone che spesso si spostano per vivere, ma che in molti ne faremmo volentieri a meno, con grandi risparmi in termini di stress, denaro, inquinamento, se il posto di lavoro fosse qui vicino: questo è possibile solo con uno sviluppo sostenibile del territorio, con il recupero, la valorizzazione delle sue specificità.

Rileggo con nostalgia i risultati del processo di Agenda 21 cui partecipai per conto del WWF Alto Lodigiano diversi anni fa e che oggi vedo per caso, dopo anni dall’averli chiesti, riportati sul sito http://www.fast.mi.it/raspadura/forum/report.pdf. Dalle riunioni era emerso un orientamento di sviluppo che la popolazione partecipante sentiva proprio: incentivazione del reticolo di piste ciclabili, politiche per il disinquinamento e recupero del valore anche culturale del fiume Lambro, conversione economica verso il turismo sostenibile e l’agriturismo.

Nello spirito dell’Agenda 21 questa visione dovrebbe essere la base da cui partire per proiettare il territorio verso uno sviluppo stabile e sostenibile di medio-lungo termine: significa che se tutte le politiche si indirizzassero, che so, verso la valorizzazione del Lambro e dei prodotti tipici (che oggi sono quasi dimenticati) i risultati si potrebbero apprezzare dopo almeno cinque anni di questo tipo di politica.Chiaramente se una politica in questo senso viene avviata.

Ma per questo occorre sensibilità da parte dei politici e da parte dei cittadini, perché gli strumenti per fare ci sono già. Da molte altre parti ci sono già riusciti. Perché nel Lodigiano non si riesce?

Anna Maria Rizzi

2 commenti su “La trota e l’Agenda 21”

  1. Un bellissimo testo, pienamente condivisibile, forse troppo onesto ed educato verso chi attinge e governa la risorsa pubblica. Il Lambro una vergogna vivente, immagine speculare di un modello “di sviluppo” e di costume che in mezzo secolo ha raggiunto il grande traguardo di deprezzare ed estinguere le risorse primarie che ne hanno permesso l’evolversi. Disamore, clientelarismo, incomptenze e miopie gestionali, ma soprattutto nessuna etica alla base dello scempio ambientale che domina ogni indirizzo di un paese cosidetto civile.

    1. Gentile lucianoerba, La ringrazio per l’apprezzamento del testo. Condivido molto di quello che scrive, tuttavia vorrei correggerla: l’onestà e l’educazione sono forse una strada più difficile e meno impattante, ma non sono mai sufficienti.

      Forse lei ha ragione e può apparire che il mondo sia in mano a chi non è onesto ed educato. Ma, che ci vuol fare: l’onestà e l’educazione sono un brutto vizio che si fatica a perdere.

      Una volta, da volontaria di una importante associazione ambientalista, parlando del Lambro con una funzionaria di un ente che aveva prodotto un progetto paesaggistico sul Lambro, avevo manifestato (anche in modo fisico!) la mia preoccupazione per lo stato del fiume. Vedendomi seriamente angustiata per i problemi del fiume e del mondo, con una serafica serenità la signora mi disse che non dovevo preoccuparmi così tanto, perché le idee valide sono destinate ad affermarsi nel tempo.

      Sono passati vent’anni e il progetto non si è realizzato. Ma la sensibilità tra la gente è aumentata, il depuratore di Nosedo è stato avviato e nel fiume anche qui a valle, sono tornati alcuni pesci. Sono contenta di aver contribuito a questo grazie alla forza dell’onestà e dell’educazione. Il problema è che per cambiare la mentalità di chi inquina (e per rimediare ai disastri dell’uomo) ci vuole tanto tempo, perseveranza, pazienza, onestà e anche educazione.

      Teniamoci in contatto.

      Per Lupolento: Anna Maria Rizzi

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