La diplomazia mondiale ci salverà dalla crisi climatica?

L’attenzione verso il pianeta e il clima che cambia è scandita da importanti accordi internazionali, fino alla definizione del concetto di sostenibilità. I concetti sono tutti astratti, con implicazioni molto concrete.

Anni fa, durante le prime volte che abbiamo realizzato progetti ambientali, siamo partiti da elementi molto concreti, visibili, facilmente riconoscibili da chi ci ascoltava. Il bosco, il fiume, la pianura. Poi a poco a poco ci si è allargati ai temi degli inquinamenti. I rifiuti, l’inquinamento delle acque, l’uso eccessivo di energia. Un punto di partenza, insomma, che fosse facilmente individuabile da chi ci ascoltava. Per esempio, il Lambro: lo vediamo tutti i giorni passare sotto i ponti del nostro paese.

La lotta per la salvaguardia del pianeta, adesso finalmente affrontata da molte strutture scientifiche e politiche, sta ora cambiando anche l’educazione ambientale: parlare del rischio climatico ad un pubblico è sicuramente meno immediato, è un discorso che sfugge, che si articola nel tempo.

Un modo per affrontarlo potrebbe essere allora un approccio storico.

Ci si potrebbe porre alcune domande:

  • Quando il mondo ha cominciato a percepire questo rischio e quali strumenti ha approntato per affrontarlo?
  • Quando il mondo con le sue istituzioni ha cominciato a muoversi?

Allora bisogna proprio fare un po’ di storia. L’interesse per il cambiamento climatico nasce negli anni ’90 e per la prima volta se ne parla alla conferenza ONU di Rio de Janeiro del 1992. A questo punto le Nazioni Unite si mettono al lavoro, creano una convenzione quadro e fissano degli obiettivi che le Nazioni aderenti devono perseguire.

Poi seguono due appuntamenti internazionali di cui avrete sentito parlare: il protocollo di Kyoto, a cui aderiscono più di 180 paesi, e poi l’Accordo di Parigi del 2015, che prevede una riduzione dell’effetto serra dell’1,5% per fine secolo (max2%) diminuendo la produzione l’emissione in atmosfera dell’anidride carbonica.

La crisi ambientale è diventata infine argomento dell’obiettivo 13 dell’Agenda per la sostenibilità 2030 delle Nazioni Unite, che ha fatto proprie le conclusioni della conferenza di Parigi offrendo nuovi mezzi e strumenti di lavoro.

Naturalmente a questo punto, con quantità di documenti e dati alla mano, sarebbe fin troppo facile prendere un mappamondo e dimostrare quanto il nostro pianeta potrebbe restare sconvolto dagli eventi climatici estremi.

Astrusa diplomazia mondiale? In realtà questi documenti e questi accordi dettano e detteranno le linee per la nostra vita quotidiana, con lo scopo di arginare gli eventi climatici estremi, di adattarci alla nuova situazione climatica del pianeta.

Temi lontani da noi? C’è chi sostiene che nelle zone alterate dall’uomo e in quelle maggiormente inquinate, le malattie (anche quelle nuove) hanno buon gioco.

Cristoforo Vecchietti

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